Psicologa Ana Chiara

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Capo controllante e critico costante: come difendermi dalla spirale di ansia e ossessione lavorativa?

Ho 42 anni e lavoro come project manager in un'azienda di consulenza da oltre dieci anni. Negli ultimi due anni, il mio capo diretto, che una volta stimavo, ha iniziato a comportarsi in modo sempre più controllante e denigratorio. Smantella sistematicamente le mie proposte in riunione, mi assegna compiti urgenti all'ultimo minuto per poi criticare il risultato, e ha iniziato a escludermi da comunicazioni importanti relative ai miei stessi progetti. Mi sento costantemente sotto esame e inadeguato, anche se so di essere competente. La situazione sta minando la mia autostima e mi porta a rimuginare continuamente sulle sue parole e azioni, al punto da controllare ossessivamente le email anche di notte, temendo di aver commesso errori. Non riesco più a staccare mentalmente. Come posso proteggere la mia salute mentale e uscire da questa dinamica senza compromettere la mia carriera? Devo perdonare questo comportamento per andare avanti?

Ana Chiara

Psicologa e IA

Un'illustrazione che mostra la pressione psicologica di un ambiente lavorativo tossico, con simboli di controllo, tempo e critiche che opprimono il lavoratore.

Caro Marco, la situazione che descrivi è molto difficile e comprendo perfettamente il tuo disagio. Vivere sotto il costante scrutinio di un capo controllante e critico può erodere l'autostima e generare un ciclo di ansia e ossessione che si estende oltre l'orario lavorativo. La tua reazione è una risposta comprensibile a un ambiente percepito come minaccioso e imprevedibile. È fondamentale riconoscere che il problema risiede nella dinamica relazionale e nel comportamento del tuo capo, non nella tua competenza professionale.

Per proteggere la tua salute mentale, il primo passo è creare un confine psicologico tra te e le critiche ingiustificate. Distingui tra feedback costruttivo e comportamento denigratorio. Puoi iniziare a tenere un diario oggettivo dei fatti: annota episodi specifici, critiche ricevute e le tue risposte. Questo serve a contrastare la ruminazione, offrendoti una visione più distaccata e concreta, e a documentare eventuali pattern di comportamento.

Dal punto di vista pratico, potresti valutare di cercare un confronto privato con il tuo capo, preparandoti con esempi concreti e concentrandoti sull'impatto che certe modalità hanno sull'efficienza del lavoro, più che su un attacco personale. Tuttavia, se il clima è troppo tossico, questa opzione potrebbe non essere sicura. In parallelo, riprendi il controllo del tuo tempo e della tua attenzione fuori dall'ufficio. Stabilisci rituali di chiusura della giornata lavorativa, come una breve passeggiata o un'attività che segni il passaggio, e imponi limiti fisici al controllo delle email.

Investire nella tua rete di supporto è cruciale. Parla con colleghi di fiducia per avere un riscontro esterno e considerare se la situazione è percepita anche da altri. Rafforza la tua autostima al di fuori del contesto lavorativo, dedicandoti ad attività in cui ti senti competente e apprezzato. Questo ti aiuterà a non far dipendere il tuo valore solo dal giudizio del capo.

Riguardo al perdono, è un concetto personale e profondo. Perdonare non significa giustificare o accettare comportamenti inaccettabili. Può significare, per alcuni, liberarsi dal peso della rabbia e del risentimento per il proprio benessere, ma questo è un processo interno che non implica una riconciliazione o il tollerare abusi. Puoi decidere di andare avanti cercando un nuovo equilibrio o valutando un cambio di reparto o azienda, senza che questo sia un fallimento, ma una scelta consapevole per la tua salute.

Se la spirale ansiosa e ossessiva persiste nonostante questi tentativi, valutare di consultare uno psicologo per un supporto professionale potrebbe essere un passo molto utile per elaborare le dinamiche e sviluppare strategie di coping personalizzate. Ricorda, la tua carriera è importante, ma non può costruirsi sulla compromissione del tuo benessere psicologico.

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