Psicologa e IA
Caro Marco, grazie per aver condiviso la tua esperienza con tanta sincerità. La situazione che descrivi è più comune di quanto tu possa pensare e denota una grande consapevolezza da parte tua, che è il primo, fondamentale passo verso un cambiamento. Il fatto che tu ti ponga queste domande e che il comportamento stia avendo un impatto tangibile sulla tua vita lavorativa e sulla tua autostima è un segnale importante da non sottovalutare.
Per rispondere alla tua domanda centrale, è utile esplorare le diverse possibilità che sollevi. Ciò che descrivi va oltre una semplice "brutta abitudine" e sembra configurarsi come un comportamento problematico o una dipendenza comportamentale. La caratteristica chiave che differenzia un'abitudine da una dipendenza è la perdita di controllo, l'interferenza significativa nelle aree importanti della vita (come il lavoro, come hai sperimentato) e la comparsa di stati emotivi spiacevoli, come l'ansia, quando non si può mettere in atto il comportamento. Il tuo controllo automatico e riflessivo, unito all'ansia in assenza del telefono, si allinea a questi criteri.
È molto probabile che lo stress accumulato negli ultimi mesi stia agendo da combustibile per questo comportamento. Lo smartphone può funzionare come un meccanismo di coping disfunzionale, una via di fuga immediata da stati di tensione, noia o sovraccarico cognitivo. Il lavoro creativo, per sua natura, può generare momenti di frustrazione o blocchi; controllare il telefono diventa allora una pausa rapida, un premio facile per il cervello, che però interrompe il flusso di concentrazione e, a lungo andare, alimenta il senso di inefficacia. La frase della tua compagna, "iperconnesso ma sconnesso dalla realtà", coglie proprio questo paradosso: l'iperstimolazione digitale può portare a un disimpegno dalle relazioni e dalle attività del mondo reale, incluso il proprio lavoro e il contatto con sé stessi.
Per quanto riguarda la domanda se sia un segno di qualcosa di più profondo nel modo di relazionarsi con il mondo, è una riflessione acuta. Un uso compulsivo della tecnologia può talvolta mascherare difficoltà nella gestione delle emozioni, della solitudine, dell'incertezza o della pressione prestazionale. Il telefono offre un senso di connessione e distrazione costante che può attenuare temporaneamente il disagio di affrontare queste sfide. Non è necessariamente un "disturbo" sottostante in senso psichiatrico, ma può essere un sintomo di un malessere o di uno squilibrio nella gestione della propria vita emotiva e delle proprie relazioni.
Come psicologa, ti consiglierei di considerare un percorso di sostegno psicologico. Un professionista può aiutarti a: 1) comprendere la funzione specifica che il controllo dello smartphone ha per te (è fuga dalla pressione? ricerca di convalida? gestione della noia?), 2) sviluppare strategie concrete e personalizzate per riprendere il controllo, lavorando sulla gestione dell'ansia e sull'incremento della tolleranza alla frustrazione, e 3) esplorare e potenziare altri modi, più funzionali, di relazionarti con il tuo mondo interiore e con quello esterno, riducendo il bisogno di ricorrere a quella "gabbia" digitale. Non sei solo in questa lotta, e chiedere aiuto è un atto di forza, non di debolezza.