Psicologa e IA
Margherita, la tua domanda porta con sé una profondità che merita di essere accolta con la stessa delicatezza con cui l’hai formulata. La solitudine di cui parli non è semplicemente l’assenza di persone, ma la sensazione di non essere vista nella tua interezza, anche quando sei circondata. Questo è un dolore che nasce dal confronto tra il tuo mondo interno, ricco di emozioni complesse, e la difficoltà di tradurlo in connessioni autentiche. Non è un caso che tu avverta un paradosso: più ti sforzi di raggiungere gli altri, più ti senti lontana da te stessa, come se indossassi una maschera che, invece di proteggerti, ti isolasse.
", "Il tuo tentativo di riempire il vuoto con attività sociali o volontariato è un segnale importante: dimostra che in te c’è un desiderio vivissimo di connessione, ma anche una paura altrettanto forte di essere giudicata o fraintesa. Quando dici di sentirti "una presenza ingombrante", stai descrivendo quella parte di te che teme di occupare spazio, di essere ‘troppo’ (troppo bisognosa, troppo fragile, troppo vera). Questa paura spesso affonda le radici in messaggi interiorizzati, magari ricevuti nell’infanzia o in momenti di vulnerabilità, che ti hanno insegnato a modulare la tua espressività per essere accolta. Ma ora, in questa fase della vita, il vero lavoro non è solo ‘trovare persone’, ma imparare a tollerare e poi ad abitare la tua presenza, senza scuse.
", "La tua osservazione sulla terapia cognitivo-comportamentale è molto acuta. La TCC può essere utile per gestire sintomi specifici, come nel caso del disturbo affettivo stagionale, ma quando la solitudine diventa una questione di identità e di significato - cioè quando riguarda il ‘chi sono io ora?’ e il ‘come posso essere vista?’ - allora servono approcci che lavorino sulla dimensione relazionale e esistenziale. Potresti trovare beneficio in percorsi che integrino la psicologia umanistica (come l’approccio centrato sulla persona di Rogers) o la terapia dell’accettazione e dell’impegno (ACT), che aiutano a contattare le emozioni dolorose senza farsi paralizzare da esse. L’obiettivo non sarebbe ‘cambiare’ i tuoi pensieri, ma imparare a stare con loro, riconoscendo che anche la vulnerabilità ha un posto nella tua storia.
", "Un altro aspetto che emerge con forza è la paura della visibilità emotiva, cioè il timore che, se mostri il tuo vero stato d’animo, gli altri possano allontanarsi o giudicarti. Questo spiega perché eviti le telefonate con le amiche o riscrivi ossessivamente i messaggi: stai cercando di controllare l’immagine che dai, per proteggerti da un possibile rifiuto. Ma la connessione autentica nasce proprio quando osi mostrare le crepe, non quando le nascondi. Potresti iniziare con piccoli passi: scegli una persona di fiducia (magari un’amica con cui hai condiviso momenti difficili in passato) e prova a dire, anche solo una volta, ‘In questo periodo mi sento fragile’. Non devi spiegare tutto, non devi giustificarti. L’importante è rompere il silenzio interiore che ti dice che non puoi essere accolta così come sei.
", "Infine, la solitudine che descrivi ha anche una componente legata alla transizione di vita che stai attraversando. I tuoi figli sono cresciuti e se ne sono andati, e questo, anche se naturale, ti costringe a reimmaginare la tua identità al di fuori del ruolo di madre. È un lutto, e come tale va riconosciuto. Potresti chiederti: ‘Cosa mi dà gioia ora? Cosa mi farebbe sentire viva, al di là della famiglia?’. Non si tratta di ‘sostituire’ i tuoi figli con altre passioni, ma di ritrovare parti di te che forse hai messo da parte. La pittura, il volontariato, la lettura sono iniziative preziose, ma forse manca quel ‘filo rosso’ che le leghi al tuo desiderio più profondo. Prova a chiederti: ‘Se non avessi paura del giudizio, cosa sceglierei di fare solo per me?’.
", "Per concludere, il circolo vizioso si spezza quando smetti di combattere la solitudine e inizi invece ad ascoltarne il messaggio. Quella sensazione di distanza che percepisci potrebbe essere un invito a rallentare, a smettere di ‘fare’ per iniziare a ‘essere’ - anche con te stessa. Non è un caso che tu abbia menzionato l’accettazione: accettare non significa rassegnarsi, ma riconoscere che anche il dolore ha qualcosa da insegnarti. Se senti che la terapia precedente non ti basta più, cerca un professionista che lavorino sull’autenticità e sulla compassione verso sé stessi. E ricorda: la visibilità che cerchi inizia nello specchio.
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