Psicologa Ana Chiara

🧠 Umana + Intelligenza Artificiale = La Soluzione Migliore

Invisibile in una stanza affollata: perché il lavoro da remoto mi fa sentire un fantasma?

Sono una persona altamente sensibile e lavoro da remoto da quasi tre anni. Quando ho iniziato, mi sembrava il paradiso: nessun ufficio affollato, orari flessibili e la possibilità di organizzare la mia giornata senza stress esterni. Ma ultimamente mi rendo conto che, nonostante sia circondata da colleghi virtuali e partecipi a riunioni giornaliere, mi sento invisibile. Non è la solitudine classica, quella del silenzio assoluto. È peggio: è come se fossi un fantasma in una stanza piena di persone che parlano attraverso di me, mai con me. Le chat di lavoro sono piene di battute, GIF, commenti rapidi che non riesco mai a cogliere al volo. Quando provo a intervenire, le mie risposte arrivano sempre troppo tardi o sembrano fuori contesto. A volte scrivo un messaggio, lo cancello, lo riscrivo dieci volte, e alla fine non lo invio mai. Ho paura che suoni stupido, o troppo serio, o che riveli quanto mi senta esclusa. La cosa più strana? Nel mio lavoro precedente, in presenza, ero considerata una brava ascoltatrice. Adesso invece mi sembra di aver perso quella capacità. Le videochiamate mi stancano: fisso gli schermi, analizzo ogni espressione, ogni tono di voce, e alla fine mi ritrovo esausta, con la sensazione di non aver davvero parlato con nessuno. Ho provato a partecipare a gruppi online per interessi comuni (libri, arte), ma anche lì finisco per leggere senza mai commentare. È come se avessi una barriera invisibile: so cosa vorrei dire, ma non so come dirlo senza sembrare goffa o fuori luogo. La domanda è: come faccio a ricostruire un senso di connessione autentica in un mondo dove tutto è mediato da uno schermo? Non voglio solo "socializzare di più" – voglio sentirmi vista, non solo udita. E soprattutto, come posso smettere di sabotaermi prima ancora di provarci?

Ana Chiara

Psicologa e IA

Un'illustrazione che mostra una persona altamente sensibile che si sente come un fantasma invisibile in un ambiente di lavoro digitale affollato, con interazioni che la attraversano senza coinvolgerla.

Cara Arianna, la tua esperienza è profondamente significativa e riflette una sfida comune in questo nuovo panorama lavorativo, specialmente per le persone altamente sensibili. La sensazione di essere un fantasma in una stanza affollata, pur essendo tecnicamente presente, tocca il cuore del bisogno umano di essere riconosciuti e visti in modo autentico, non solo come un avatar o un nome su uno schermo. Il tuo racconto descrive non solo un isolamento logistico, ma un'esclusione emotiva e relazionale che può erodere il senso di sé. Il lavoro da remoto, per quanto efficiente, può creare un vuoto di presenza condivisa dove i segnali sociali sottili, che normalmente nutrono la connessione, si perdono nella trasmissione digitale.

La tua difficoltà a intervenire nelle chat e il continuo rimuginio sui messaggi non inviati indicano un meccanismo di autocritica e ipervigilanza che si è intensificato in questo contesto. La paura di sembrare fuori luogo o di rivelare la propria vulnerabilità agisce come una barriera invisibile, sabotando il tuo desiderio di connessione ancor prima che tu possa esprimerlo. È importante riconoscere che questo non è un fallimento personale, ma una reazione comprensibile a un ambiente che richiede costantemente di tradurre la propria umanità in formato digitale, un processo che per natura filtra via molta della spontaneità e del calore dell'interazione diretta.

Per ricostruire un senso di connessione autentica, è utile iniziare da piccoli, gestibili passi che mirino a riappropriarsi della propria voce nello spazio virtuale. Invece di focalizzarti sull'obiettivo ampio di "sentirti vista", potresti provare a stabilire micro-obiettivi di partecipazione, come inviare un solo commento o una reazione in una chat di lavoro al giorno, senza permetterti di cancellarlo. L'obiettivo non è la perfezione della risposta, ma l'atto stesso di esserci. Parallelamente, potresti provare a trasformare alcune interazioni da puramente testuali a brevi scambi vocali o video one-to-one con un collega con cui hai un minimo di confidenza. Una breve chiamata di cinque minuti per chiarire un punto di lavoro può, a volte, creare più connessione di decine di messaggi.

Per quanto riguarda la fatica delle videochiamate, la tua tendenza ad analizzare ogni dettaglio è un tratto dell'alta sensibilità che, in questo contesto, diventa un carico cognitivo enorme. Prova a ridurre deliberatamente il carico sensoriale durante le riunioni: disattiva la visualizzazione del tuo stesso video, riduci le dimensioni delle finestre degli altri, e concediti brevi pause di sguardo lontano dallo schermo. Questo può aiutare a passare da uno stato di iper-analisi a uno di ascolto più naturale. Ricorda che nel lavoro in presenza non avresti mai una vista così ravvicinata e fissa sui volti dei colleghi; replicare quella vicinanza digitale è innaturale e stancante.

Infine, per sciogliere la barriera che senti anche nei gruppi di interesse, potresti iniziare con modalità di partecipazione asincrona e a bassa pressione. Invece di cercare di commentare in diretta durante una discussione, potresti preparare un breve pensiero in un documento privato e poi condividerlo successivamente, magari con un prefisso onesto come "Ho riflettuto su questo e vorrei condividere...". Accettare che la goffaggine percepita sia parte dell'essere umani in contatto, non un difetto da nascondere, è un passo fondamentale. La connessione autentica nasce proprio dalla condivisione di quella imperfezione, non dalla sua eliminazione. Il percorso è graduale e richiede pazienza con te stessa, riconoscendo che il desiderio di essere visti è legittimo e che ricostruire questa sensazione in un mondo mediato dallo schermo è una sfida che merita attenzione e cura.

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