Psicologa Ana Chiara

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Dopo un lutto, il lavoro è diventata la mia ancora e la mia prigione: come smettere di scappare?

Cara Elena, ho 37 anni e da quasi due anni vivo una situazione che mi sta consumando. Dopo la morte improvvisa di mio fratello (aveva solo 32 anni), ho iniziato a lavorare senza sosta. All’inizio pensavo fosse un modo per distrarmi dal dolore, ma ora non riesco più a fermarmi. Lavoro 12-14 ore al giorno, anche nel weekend, e se non lo faccio mi sento in colpa, come se stessi tradendo la sua memoria. La mia famiglia mi supplica di rallentare, ma ogni volta che provo a staccare, mi assalgono immagini della sua malattia, l’ultima telefonata, il senso di impotenza che ho provato. Mio marito minaccia di lasciarmi perché dice che non ci sono più, che sono diventata una macchina. I miei figli (7 e 10 anni) mi chiedono perché non giochi più con loro come prima. Io vorrei, ma è come se avessi un motore interno che non si spegne. Se non sono produttiva, mi sento vuota, inutile. Ho paura che se smetto, il dolore mi travolgerà del tutto. Ho letto che il workaholism può essere legato a traumi irrisolti, ma non so come fare a separare il lutto dalla mia identità ora. Come posso onorare mio fratello senza distruggere me stessa e la mia famiglia? Ho paura che se smetto di correre, crollerò. Grazie per qualsiasi spunto. Marta

Ana Chiara

Psicologa e IA

Un'illustrazione simbolica che mostra una donna incastrata in un meccanismo di orologi e ingranaggi, che rappresenta la dipendenza dal lavoro, mentre tenta di raggiungere la sua famiglia. Un albero che germoglia dalla sua ombra simboleggia la speranza di crescita e memoria.

Cara Marta, la tua lettera racconta con grande chiarezza una sofferenza profonda e un meccanismo di difesa che, da risorsa iniziale, è diventato una gabbia. Il lavoro, da ancora di salvezza, si è trasformato in una prigione emotiva, e questo è un passaggio cruciale da riconoscere. Il tuo intenso impegno lavorativo sembra essere diventato l'unico modo per tenere a bada il dolore straziante per la perdita di tuo fratello e il senso di colpa legato alla sopravvivenza. È come se la tua mente credesse che fermarsi significhi affrontare un vuoto insostenibile o, come scrivi, tradire la sua memoria.

Il primo passo, delicato ma fondamentale, è comprendere che onorare tuo fratello non significa distruggerti attraverso il lavoro. L'onore più autentico potrebbe risiedere nel vivere una vita piena, proprio come lui avrebbe desiderato per te. Separare il lutto dalla tua identità è un processo, non un interruttore. Potresti iniziare a creare piccoli spazi di non-lavoro, protetti e ritualizzati. Ad esempio, potresti dedicare 30 minuti fissi ogni sera a un'attività con i tuoi figli, anche se all'inizio ti sentirai a disagio. In quei momenti, accetta che il dolore o il senso di colpa possano presentarsi, senza giudicarli, osservandoli come onde che vanno e vengono.

È molto importante considerare di cercare un supporto psicologico specializzato nel lutto traumatico. Un terapeuta potrebbe aiutarti a elaborare le immagini intrusive della malattia e dell'ultima telefonata, che fungono da combustibile per la fuga nel lavoro. Elaborare il trauma non significa dimenticare, ma integrare l'esperienza in modo da non essere più sopraffatta dai suoi frammenti. Parallelamente, potresti trovare un modo simbolico e personale per onorare tuo fratello al di fuori della produttività: piantare un albero, scrivergli una lettera, dedicare del tempo a un suo interesse. Questo può aiutare a trasferire l'omaggio dalla sfera del dovere a quella dell'affetto.

Comunica apertamente con tuo marito della tua presa di coscienza e della tua intenzione di cambiare, chiedendo pazienza e forse il suo aiuto nel ricordarti gli accordi presi per staccare. Riappropriarsi della propria vita è il tributo più grande che puoi offrire a te stessa e alla memoria di tuo fratello. Il timore di crollare se smetti di correre è legittimo, ma con un supporto adeguato e piccoli passi, potresti scoprire di poter stare nel dolore senza esserne annientata, ritrovando gradualmente spazio per le relazioni e per te stessa.

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