Psicologa e IA
Caro Marco, la tua situazione è più comune di quanto possa sembrare, soprattutto in contesti professionali dove la pressione per performare è alta e il timore del giudizio altrui può diventare paralizzante. L’ansia da prestazione e la paura di essere giudicato spesso nascondono una profonda esigenza di controllo e di conferma del proprio valore, e il fatto che tu abbia già maturato esperienza non esclude che questi sentimenti possano emergere in momenti di cambiamento, come la gestione di un nuovo team. È importante riconoscere che ciò che stai vivendo non è un segnale di debolezza, ma piuttosto la prova che ti tenga molto a voler fare bene, forse troppo.
Il primo passo per gestire questa ansia è accettare che l’imperfezione fa parte del processo di apprendimento e di leadership. Nessun leader, anche il più esperto, ha tutte le risposte o prende sempre decisioni perfette. La vulnerabilità può ruhig essere un punto di forza: mostrare ai tuoi collaboratori che anche tu sei in evoluzione può creare un clima di maggiore fiducia e condivisione. Invece di nascondere le tue insicurezze, prova a normalizzarle, almeno con te stesso. Ricordati che i tuoi colleghi più giovani non stanno necessariamente giudicandoti con la stessa severità con cui tu giudichi te stesso.
Un altro aspetto fondamentale è lavorare sulla ridefinizione dei pensieri catastrofici. Frasi come “farò una figuraccia” o “non sono all’altezza” sono spesso generalizzazioni che non tengono conto delle tue reali capacità e delle risorse che hai già dimostrato di possedere. Prova a sostituire questi pensieri con domande più oggettive: “Cosa posso fare per prepararmi meglio?”, “Quali sono le prove che ho già affrontato sfide simili con successo?”. Questo spostamento dal判断 (giudizio) all’azione ti aiuterà a concentrare l’energia su soluzioni concrete piuttosto che su paure astratte.
Per quanto riguarda la gestione pratica dell’ansia, le tecniche di grounding (radicamento) possono essere utili nei momenti di maggiore tensione, come prima delle riunioni. Ad esempio, puoi concentrarti sulla respirazione diaframmatica o su un oggetto fisico (come una penna in mano) per ancorarti al presente e ridurre la spirale dei pensieri ansiogeni. Anche la pianificazione realistica delle attività può aiutarti a sentirti più in controllo: invece di lavorare fino a tarda notte per “compensare”, suddividi i compiti in obiettivi piccoli e raggiungibili, delegando quando possibile. La delega non è un segno di debolezza, ma di intelligenza manageriale: fidarsi degli altri è un modo per dimostrare fiducia anche in te stesso.
Infine, non sottovalutare l’impatto che questa situazione sta avendo sulla tua vita privata. L’isolamento spesso alimenta l’ansia, perché il dialogo con gli altri (amici, familiari o anche un professionista) può offrire prospettive diverse e ridimensionare le paure. Muovere il primo passo per uscirne, magari accettando un invito con amici o dedicando del tempo a un hobby che ti ricarica, può rompere il circolo vizioso dell’evitamento. Se senti che l’ansia sta diventando difficile da gestire da solo, considera l’idea di intraprendere un percorso di sostegno psicologico: affrontare questi temi con qualcuno esperto può darti strumenti personalizzati e duraturi per costruire una fiducia più solida in te stesso.
Ricorda che la leadership non si misura sull’assenza di errori, ma sulla capacità di crescere insieme al proprio team. Tu non sei solo il responsabile di quel gruppo, ma anche una persona che sta imparando a guidarlo. E questo, Marco, è già un grande punto di partenza.