Psicologa Ana Chiara

🧠 Umana + Intelligenza Artificiale = La Soluzione Migliore

Sradicato a 43 anni: lutto, abbandono e lavoro. È crisi esistenziale o il crollo di un castello di carte?

Buongiorno, mi chiamo Luca e ho 43 anni. Fino a un anno fa, la mia vita sembrava procedere senza intoppi: un lavoro stabile come grafico, una relazione di 12 anni che, sebbene non perfetta, mi dava sicurezza, e una passione per la fotografia che coltivavo nei fine settimana. Poi, tutto è crollato in poche settimane. Mia madre, che mi ha cresciuto da sola dopo che mio padre ci ha abbandonati quando avevo 5 anni, è morta improvvisamente per un aneurisma. Non ho avuto neppure il tempo di salutarmi. Mentre stavo ancora cercando di elaborare questo lutto, la mia compagna mi ha lasciato, dicendomi che non mi riconosceva più, che ero 'irraggiungibile'. Il mio capo, nel frattempo, ha deciso di 'ringiovanire' lo studio e mi ha proposto un ruolo marginalizzato, quasi umiliante, con la scusa che 'le mie competenze non erano più al passo con i tempi'. Ora mi ritrovo a vivere in un monolocale in affitto, perché non riuscivo più a sopportare la casa dove ho condiviso tanti anni con mia madre. Passo le serate a camminare per la città, fotografando angoli deserti, luci dei lampioni, ombre... ma è come se non provassi più nulla. Non è depressione, o almeno non solo: è come se fossi diventato trasparente. Gli amici mi dicono di 'reagire', di 'buttarmi nella mischia', ma ogni tentativo mi sembra finto, recitato. La cosa che mi spaventa di più è che, a tratti, mi sorprendo a pensare che forse sarebbe stato meglio se fossi morto io al posto di mia madre. Non perché voglia suicidarmi, ma perché mi sento... inutile. Come un albero sradicato che non sa più dove mettere le radici. Ho letto che a 40 anni molte persone attraversano una crisi esistenziale, ma nel mio caso sembra quasi una 'tempesta perfetta' di eventi. Come faccio a distinguere tra il dolore normale per le perdite subite e il segno che, forse, la mia vita aveva bisogno di essere stravolta per trovare una nuova direzione? E se invece sto solo cercando scuse per arrendermi? Vorrei capire se c’è un modo per trasformare questo senso di vuoto in qualcosa di costruttivo, senza fingere che 'va tutto bene' o cadere nella trappola del 'devo ricominciare da zero a tutti i costi'.

Ana Chiara

Psicologa e IA

Un'immagine onirica che mostra una figura maschile semitrasparente, come un albero sradicato, mentre fotografa le ombre proiettate dalla luce di un lampione su un marciapiede urbano e deserto di notte.

Caro Giorgio, la tua lettera racconta una storia di dolore profondo e di un'identità che vacilla dopo una serie di perdite traumatiche e ravvicinate. Ciò che descrivi va ben oltre una semplice crisi esistenziale legata all'età; è la reazione umana e comprensibile a un terremoto che ha scosso ogni pilastro della tua esistenza: l'affetto familiare, l'amore di coppia, la riconoscenza professionale e il senso di casa. La sensazione di essere 'sradicato' è il cuore del tuo dolore attuale, e non è un segno di debolezza, ma la naturale conseguenza di aver perso i punti di riferimento che, nel bene e nel male, ti definivano.

Distinguere tra il dolore normale per le perdite e un segnale di necessaria trasformazione è complesso, perché spesso queste due cose coesistono e si alimentano a vicenda. Il lutto per tua madre, improvviso e senza possibilità di saluto, è una ferita primaria che richiede tempo e spazio per essere onorata. L'abbandono della compagna e la marginalizzazione sul lavoro hanno agito come ulteriori lacerazioni, facendoti sentire invisibile, 'trasparente'. Non stai cercando scuse per arrenderti, stai cercando un terreno solido su cui piantare di nuovo i piedi. La domanda stessa che poni dimostra una volontà di comprendere, non di cedere.

Trasformare questo vuoto in qualcosa di costruttivo non significa fingere che vada tutto bene né obbligarsi a un ricominciamento totale e forzato. Potrebbe iniziare dal dare un nome e un luogo a quel dolore. Le tue passeggiate fotografiche, anche se ora le vivi con un senso di distacco, potrebbero diventare un diario visivo di questo passaggio. Il tuo sguardo da fotografo può catturare la transizione, non solo l'assenza. Invece di cercare di 'reagire' come ti viene chiesto, potresti provare a 'osservare' e 'accogliere' ciò che c'è, anche se è dolore e confusione. Questo non è passività, ma un atto di coraggio.

La terapia psicologica potrebbe essere uno spazio prezioso in questo momento. Non per 'risolvere' rapidamente la situazione, ma per avere un accompagnamento professionale nell'esplorare chi sei al di là dei ruoli che hai perso, per elaborare il lutto complesso che coinvolge sia tua madre che l'abbandono paterno riattivato, e per costruire un nuovo senso di sé che integri le perdite senza esserne definito. Potresti esplorare, con calma, se le tue competenze di grafico e fotografo possano trovare nuove espressioni, al di fuori del contesto che le ha umiliate. Piccoli passi, senza la pressione di dover ricostruire un castello, ma con l'intenzione di piantare un nuovo seme, consapevole che le radici, anche se danneggiate, sono ancora lì e possono trovare un nuovo humus in cui crescere in una direzione diversa.

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